Sono seduto sulla riva di un torrente, ho rifuggito le spiagge affollate e ho il traffico dati staccato da giorni, il mio telefono riceve solo chiamate o sms, come una volta. C’è chi direbbe che sono nel pieno di un periodo jomo cioè in preda a una mistica joy of missing out, letteralmente “felicità di essere tagliato fuori”.
Effettivamente, sono felicemente fuori. Fuori dal web e dai social, fuori dalle chat, fuori dal mondo rispetto al quale siamo sempre troppo lenti.
Non mi concedevo un momento così da anni. Una vera liberazione. Ci si sente come quando ti scappa da un giorno interno e, finalmente, a sera, puoi entrare in bagno, il tuo bagno. Provare per credere.
Fuori da metafore di bassa lega, in questi giorni ho fermato tutto e faccio il punto sui massimi sistemi compreso me stesso. Visito posti nuovi e lascio correre liberi i pensieri. Questo è il mio “momento artigiano” tanto atteso, ecco perché posso finalmente aprire il libro di Vincenzo.

Cominciamo dal titolo.
Da ex editor, cioè da uno che ha perso la vista a setacciare parole altrui, sorrido beffardo dopo aver letto l’intero libro: così, a rifletterci su due piedi, il titolo sembra volermi ingannare. Non ci sono novelle e non ci sono artigiani, in queste pagine.
C’è molto di più.

Non ci sono novelle perché, in realtà, Vincenzo ha costruito un romanzo tutto d’un pezzo. Lui ti dirà che puoi leggere le tre storie di cui si compone come singole novelle. Vero, ma così facendo perderesti il prezioso filo rosso che tutto lega e non riusciresti a completare, nel modo giusto, il puzzle dei tanti messaggi disseminati nelle sue poco più di duecento pagine.
Non ci sono artigiani perché, in realtà, i protagonisti hanno capacità ben superiori a quelle di un comune artigiano. Sono dei veri e propri creatori, più vicini a personaggi del mito piuttosto che della novellistica. Ma non fraintendermi: sono personaggi verosimili, che fanno cose verosimili (almeno inizialmente), ma conservano la capacità di dar forma al mondo che non appartiene alla narrativa del verosimile.

Ho il sospetto che Vincenzo abbia accalappiato il significato più “epico” dell’artigianalità, che il titolo nasconda una lectio difficilior del lessema, come direbbero i filologi, e che novelle sia da intendersi etimologicamente, cioè come derivato di novus, come a dire adesso narriamo ovvero creiamo qualcosa di nuovo. Sia come sia, non è un caso che il Protagonista con la p maiuscola, il vero demiurgo che tesse la trama delle tre vicende, si chiami Giuseppe, anzi mastro Giuseppe, e che quel mastro strizzi l’occhio sia a maestro sia a mago.
Novelle Artigiane è una vera e propria Genesi, e non poteva mancare un personaggio il cui nome cela radici bibliche dall’indiscusso valore mitico, anzi mitopoietico: Giuseppe deriva dall’ebraico yasaph, che significa “accrescere, aumentare, potenziare”. E, capirai bene, se unisci Giuseppe a mastro, che deriva dal latino magister, a sua volta da magis ‘maggiore’, ‘di più’, ottieni un nome che è pura energia creatrice. Mastro Giuseppe è un “potenziometro” degli altri personaggi, dei quali, di volta in volta, segna profondamente le vicende, e questo libriccino mi sembra proprio la creazione di un nuovo mondo ideale, quello che il Manifesto del #lavorobenfatto si pone come obiettivo. (A proposito, se non l’hai firmato, fallo subito. Che aspetti?)
Raccolta di novelle o romanzo breve che sia, Novelle artigiane è esso stesso un manifesto, un credo, una dichiarazione politica che gioca con la poesia. Ma non era narrativa, mi chiederai, che c’entra la poesia? Giusto, ma con poesia intendo parole che vogliono essere “alte”, che lottano con la realtà per veicolare un significato quanto più assoluto è concesso all’uomo. E trovare parole assolute oggi, credimi, è un vero miracolo, degno del più santo dei Giuseppe.

Cosa rara anzi rarissima, dato il mio feticismo per la carta dei libri, mi sono messo a sottolineare qua e là i punti in cui Vincenzo cala il Manifesto nelle tre storie del volume. Perché di fatto, Novelle Artigiane è lo strumento che meglio argomenta la teoria del #lavorobenfatto, quella che mi ha fatto conoscere il Moretti oratore una sera d’estate a Lido di Camaiore. È singolare, mi sono detto appena ho ascoltato le sue prime parole, come un sociologo di quella levatura, come un accademico del suo rango si vada a invischiare, dopo una così brillante carriera, nella narrativa.
Da aspirante scrittorucolo qual ero, che si è messo a narrare in troppo acerba età pretendendo di sapere chissà cosa sul mondo, l’ho trovato un gesto di estrema umanità e benevolenza, da parte sua. La narrativa è un venire incontro all’altro, è un mettersi nei panni dell’altro, un abbassare il tono della discussione (che in questo caso nasce da esperienze e riflessioni di ambito accademico, non dimentichiamolo) per gettare nuovi ponti che siano in grado, davvero, di unire chi scrive o parla a chi legge o ascolta.
Non conosco le reali ragioni per le quali Vincenzo Moretti abbia deciso di veicolare il suo potentissimo messaggio attraverso questo strumento, ma mi piace pensare che, sotto sotto, il sociologo sia convinto soprattutto di una cosa. Cioè che, ancora oggi, millenni dopo i grandi testi fondanti del nostro pensiero, l’uomo non possa fare a meno della parola poetica per creare un nuovo mondo.
Hai voglia a programmare megabyte di algoritmi e sezionare molecole per ricreare la realtà dall’idea – siamo forse alchimisti? –, ma non c’è niente di più efficace della parola letteraria per plasmare, dal fango di questi giorni, una nuova e migliore umanità. Del resto, lo sanno anche i sassi, in origine era il logos.

Dicevo che mi sono messo a sottolineare frasi qua e là di Novelle Artigiane. Fra tutte, una in particolare mi ha mandato il cervello in loop per diverso tempo. Sarà perché colpisce la verità più archetipica del mio mestiere, della mia funzione attuale tra gli altri uomini; sta di fatto che ho trovato quella frase talmente vera e fondante da doverla trascrivere come memento in testa a un taccuino su cui mi appunto, casualmente quando capita, tutte le idee, anche le più strampalate, che potrebbero dare origine a riflessioni più ampie su temi a me utili.

La comunicazione riuscita presuppone un’esperienza condivisa […] altrimenti si ferma alla superficie, non arriva dove deve arrivare, è acqua che non leva sete, vita che non lascia il segno.

È di una verità lapalissiana, questa considerazione. Ma, chissà perché, non ho mai dato la giusta attenzione al suo significato.
Condividere non equivale a somministrare inutili contenuti multimediali inerenti qualsiasi momento della nostra giornata ai malcapitati contatti che “condividono” con noi certi canali. Condividere significa vivere sulla propria pelle l’esperienza dell’altro, e dunque formulare gli stessi pensieri e parlare la sua lingua, cercare di comprendere e proferire il suo dialetto, andargli incontro dopo aver visto la realtà con i suoi occhi, dopo aver camminato con le sue scarpe.
In tempi in cui si chiudono porti e crollano ponti, questa banale considerazione mi ha mandato in tilt e, come una libecciata improvvisa, ha cominciato a spalancare una serie di finestre che, nella mia mente, sono tutt’ora aperte. Non ricordo quale testo, quale autore l’abbia detto per primo, ma ricordo esattamente queste parole che fanno da perfetto contraltare a quelle di Vincenzo: comunicare significa esserci.

Esserci con tutto se stesso. Mente, cuore, anima. Esserci insieme all’altro.
Ecco che devo tornare alla radice dell’essere per comunicare, condividere, creare insieme.
Sarà che, forse, per troppo tempo, sono stato altrove, impegnato a dimostrare cose che sarei dovuto essere. E, in tutto questo, mi sono dimenticato semplicemente di essere, isolandomi in mezzo agli altri, illudendomi di poterli raggiungere costantemente con i mezzi della comunicazione 2 e 3 e 4 punto zero.
Novelle Artigiane mi ha ricordato proprio questo, che devo tornare a essere, che devo aspirare a realizzarmi appieno nella realtà – e dunque nel lavoro e con le presenze – del momento, nel migliore dei miei modi possibili. E gli altri devono tornare a essere con me, per gettare le fondamenta di

una comunità basata sulla fiducia, formata da persone e organizzazioni che amano quello che fanno e lo fanno bene.

A essere onesto, per riuscirci davvero avrei bisogno di un mastro Giuseppe accanto a me. In carne e ossa. Anzi andrebbe bene anche in miniatura di carta, sullo scaffale più alto della mia libreria. Che poi, questa strana fissazione dei suoi personaggi a sublimarsi in una sorta di origami, mi fa pensare a certe pratiche zen e all’acqua che scorre sempre uguale eppure diversa nei torrenti di montagna.

È giunta l’ora che questa acqua inizi a togliere la sete.
È giunta l’ora di rimboccarsi le maniche, la strada per un lavoro ben fatto è ancora lunga.

Grazie, mastro Vincenzo.