Alle ore undici dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese del 2018, come sappiamo, ricorre il centesimo anniversario del “cessate il fuoco” della Grande Guerra. Davvero singolare la coincidenza, al limite del cabalistico, dei numeri che decretano la fine della prima carneficina di proporzioni mondiali della storia. Se non fosse una creazione umana, il tempo, ci sarebbe da gridare al destino.
Di quei 36 milioni di morti, oggi, sembra che perfino il caso abbia voluto celebrarne il ricordo, a pochi giorni dal secolare anniversario dell’ultimo ta-pum. Proprio laddove il nostro paese ancora si lecca la ferita più profonda di quel conflitto, il fronte occidentale italiano-austriaco fatto di roccia neve e sangue, la Natura ci ricorda la tragedia mettendo in scena il colossale disastro delle foreste alpine – che verrebbe da pensare a Leopardi se non fosse, come dicono, un po’ anche colpa nostra.

Su la Repubblica di ieri (sabato 10 novembre), un magistrale Paolo Rumiz mette l’accento proprio su questa coincidenza di catastrofi che, pure per chi crede in poco o niente, ha quel sentore insopportabile di punizione divina.
Gli alberi. Simbolo per eccellenza dei Caduti nei parchi di tutta Italia – che le amministrazioni abbiano piantumato lecci, alloro, ulivi, farnie, cipressi o abeti non importa –, vederne giacere a migliaia, oggi, per quelle coste dove cento anni prima morimmo noi a migliaia, sa davvero di beffa ultraterrena. Verrebbe da pensare al gesto di un Giove bizzoso, un Poseidone stizzito, un Vulcano iracondo – che ce l’abbiano, di nuovo, con noi? È la voce della Terra che torna a farsi mito e si presenta, con questa maledetta coincidenza di numeri, a bussare alla nostra coscienza.
Là, nei boschi e per le prode dove ci si uccideva di roccia in roccia e, al calar della notte, si udiva il canto del nemico nella trincea a un passo dalla propria, l’immane catastrofe meteorologica rimette a nudo la cicatrice, allo scoccare esatto dei cento anni, annientando migliaia anzi milioni di abeti.

L’abete è forse il più “umano” degli alberi. Figura iconica, filiforme e antropomorfa, che tenta di bucare il cielo con i suoi aghi e vincere la morte attraverso il segreto dei suoi coni. Oggi, pare che una sola enorme mano li abbia stesi in un nulla; a vederli dall’alto gela il sangue e ribolle il cervello.
Cade l’uomo e cade uno dei suoi simboli. E, proprio perché a noi è concesso questo straordinario dono del pensare in simboli, non rendiamo vano il sacrificio e fermiamoci un istante, a ricordare e a fare il punto su dove siamo arrivati.

Siamo arrivati al punto di scavare nuove trincee, issare nuovi muri, affondare nuovi nemici. Siamo tornati al punto di dividerci per lingua, pelle, idee. Siamo ancora al punto in cui si muore non perché la pensiamo diversamente ma, soprattutto, perché non pensiamo affatto. E l’isolamento individuale e individualistico garantito dai nuovi mezzi di comunicazione ci induce a trincerarci ovunque siamo nella nostra convinzione, dispiegare l’artiglieria pesante e sparare all’impazzata sul nemico.

Il procedimento, comunicativo e politico, con il quale oggi ci fanno gridare al nemico è piuttosto semplice. Individua un problema, meglio se non di primaria importanza, “agitalo” più che puoi e proponi una soluzione. Con questo banalissimo trucchetto puoi dividere i popoli e portarli dove desideri, soprattutto se quel problema lo identifichi in un “altro”, chiunque esso sia, e se la soluzione che proponi consiste nel chiudersi rabbiosi in se stessi.
Cento anni fa ci hanno portato a morire come questi abeti, stesi inutilmente a milioni contro la roccia di quei monti. Oggi dove ci porteranno?

 

PS
L’antidoto per non cadere vittima del trucchetto, per fortuna, è anch’esso molto semplice, e consiste nel conservare la capacità di indossare i panni dell’altro.